Qualità e colture italiane: l’import rispetti nostri standard!

Scordamaglia-FederalimentareL’Italia è sempre stata un paese trasformatore, siamo un paese importatore di materie prime alimentari e sempre lo saremo. Certamente quello che dobbiamo importare sono materie prima di qualità che rispettino gli standard igienico-sanitari previsti dalla legge italiana. Dobbiamo incentivare ancora di più le colture italiane attraverso specifici contratti di filiera“. Così Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Inalca e presidente di Federalimentare, commenta con Labitalia i dati diffusi da Coldiretti sull’importazione dall’estero di materie prime alimentari per 42 miliardi all’anno.

La trasformazione dei prodotti alimentari è uno dei pilastri del Made in Italy: “Basti pensare -ricorda- che negli ultimi 10 anni l’export dell’industria alimentare è aumentato con una media del 5% l’anno e che nel primo trimestre 2017, rispetto allo stesso periodo del 2016, l’export dell’industria alimentare ha toccato la quota record del +7,9%“.

Il valore aggiunto dei nostri prodotti si crea con la trasformazione: lo stesso latte e la stessa carne suina lavorati in Germania non raggiungono lo stesso valore dei latticini e dei salumi italiani” aggiunge il presidente degli industriali alimentari che poi precisa: “Quello che noi compriamo all’estero non sono prodotti finiti, ma materie prime, commodity che servono per essere trasformate”. Molti settori industriali del Made in Italy “sono deficitari proprio della materia prima e hanno bisogno di comprare prodotti di qualità all’estero, anche per creare quei record di esportazione“.

La qualità delle importazioni, aggiunge il presidente di Federalimentare, deve essere garantita da due cose importanti. La prima, spiega “è continuare a pretendere che sia nella normativa comunitaria, sia negli accordi sottoscritti a livello internazionale non si tocchino i requisiti igienico-sanitari fissati dalla legge italiana“.  A questo riguardo Scordamaglia cita il Cepa, “un accordo -dice- su cui si è fatta molta disinformazione, perché non è vero che farà entrare carne agli ormoni“. “Questo non sta scritto da nessuna parte -afferma- e i prodotti dovranno seguire gli standard italiani”.

La seconda cosa da fare per mantenere alta la qualità del ‘Made in Italy’ alimentare, spiega Scordamaglia “è incentivare la produzione agricola italiana, in modo tale che qualità e quantità siano quelle che servono all’industria alimentare, assicurando ai coltivatori la giusta remunerazione e assicurando la tracciabilità attraverso l’etichettatura comunitaria“. La programmazione delle produzioni agroalimentari è quello che già sta accadendo in alcuni comparti come quello del grano, delle carni, del pomodoro, dove “le imprese sottoscrivono con i produttori sempre più contratti di filiera”. In conclusione, “non bisogna avere utopistiche nostalgie autarchiche, ma bisogna importare la materia prima giusta e incentivare le colture italiane di qualità: l’industria alimentare italiana è pronta“.

2017-08-29T11:04:12+00:00 News|