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Oggi parliamo di Terzo Settore con Maria Cristina Antonucci

Maria Cristina Antonucci su Magazine Qualità

Maria Cristina Antonucci è ricercatrice in Scienze Sociali al CNR e insegna Comunicazione e politica in Sapienza Università di Roma. Dal 2014 si occupa di comunicazione e advocacy per il terzo settore, ambito su cui ha svolto attività di ricerca; pubblicato saggi, articoli e volumi; fatto formazione e consulenza presso reti, enti, realtà associative, fondazioni. Tra i suoi lavori più recenti: Comunicazione e advocacy per il terzo settore (2021).

Gentile Maria Cristina Antonucci grazie per la sua importante presenza e per il Suo contributo. Dal Suo quotidiano osservatorio, quali sono, oggi, secondo Lei i fattori migliorabili della Riforma?

Nella mia prospettiva ci sono stati tre principali ambiti di miglioramento della riforma. In primo luogo, leggo come problematica l’implementazione mediante tempi troppo dilatati, anche per aspetti che non necessitavano di passaggi legislativi o tecnici. Qualsiasi riforma, anche la migliore e più incisiva, non può tenere fermo il comparto a cui è dedicata tra due modelli, giuridico, fiscale, finanziario per un tempo così lungo. Si è corso il rischio di depotenziamento dell’impatto complessivo del terzo settore. Il secondo elemento di miglioramento è legato alla accresciuta complessità amministrativo-burocratica che la riforma ha comportato, disegnando un nuovo assetto complessivo per gli ETS. Nuove attività e procedimenti sono stati posti a carico degli ETS per statuti, iscrizione al RUNTS, procedure di trasparenza dei bilanci, registri e assicurazione dei volontari. Si tratta di innovazioni sicuramente fondate, ma che hanno avuto l’impatto di assorbire energie, tempo e risorse ad enti che spesso lavoravano secondo il formato del volontariato puro e non erano dotate, se non per ricorso episodico, di figure professionali con queste competenze burocratico-amministrative. Il terzo elemento riguarda una certa debolezza del sistema di governance designato: il ruolo delle reti associative e delle reti associative nazionali, avrebbe potuto essere disegnato in maniera più incisiva, soprattutto per le procedure di autocontrollo. Il Consiglio Nazionale del Terzo Settore avrebbe potuto avere un protagonismo differente, se consultato obbligatoriamente su un novero più elevato di ambiti, la Fondazione Italia Sociale avrebbe potuto svolgere un numero più ampio di funzioni e attività per sostenere l’autonomia finanziaria del terzo settore italiano, soprattutto con riferimento agli ETS più piccoli.

Donazioni e volontariato. Sono gli unici tasti dolenti per la ripresa dell’intero Terzo settore o ci sono altri elementi che andrebbero strategicamente affrontati? (es…per prevenire frodi e scandali…come si potrebbe attuare un controllo o auto-controllo per prevenire situazioni dannose a tutti in termini di reputazione …)

Verrebbe da dire che se l’impatto della riforma si vede dai frutti, il calo delle donazioni (di denaro, di organi e tessuti, di tempo e competenze), il lungo processo di implementazione ha comportato alcuni segnali di difficoltà per il terzo settore italiano. Occorre considerare che sul contesto della applicazione della riforma hanno influito le condizioni sistemiche di “permacrisi”, venutesi a creare con la pandemia e le misure per il relativo superamento, con la crisi bellica, energetica ed inflattiva, con il generale crollo della reputazione dell’intero settore che molto hanno inciso su fiducia e capacità di donare della popolazione. Da un punto di vista specifico, il modello di riforma accentra i controlli ex post in modo centralizzato e pubblico sulle attività degli ETS, laddove avrebbe avuto senso implementare in misura maggiore – secondo il modello dello standard setting già utilizzato con le linee guida poste dal CNTS – i sistemi di controllo e autocontrollo delle reti, vero e proprio “revisore tra pari” degli ETS, con la possibilità di sviluppare una comunicazione specifica, a beneficio dei cittadini, su questi temi.

Un altro elemento che mi sembra si potrebbe migliorare è la partecipazione degli ETS a progettualità e partnership pubblico-privato-non profit. Settori quali la gestione dei beni comuni, la rigenerazione urbana e sociale, i formati di sussidiarietà orizzontale pensati per lo sviluppo sociale di comunità dovrebbero essere sostenuti, anche mediante processi di semplificazione amministrativa, per sostenere le molte energie del volontariato liquido o intermittente, concentrato su cause innovative o molto territorializzate, che non trova una propria collocazione, ad esempio, nel volontariato o nell’associazionismo organizzato, nonché favorendo la fiscalità delle aziende che sostengono il settore soprattutto dove regolato da regole e principi di trasparenza gestionale.

Nelle precedenti interviste è emerso da quasi tutti i contributi una generale impreparazione delle strategie e della gestione di coloro che fino ad oggi hanno guidato le proprie realtà (ETS). Secondo il Suo osservatorio, è vero che servirebbe maggiore innovazione e una visione manageriale più idonea?

I vertici delle governance degli ETS italiani hanno attraversato una stagione molto lunga e di successo, arrivando a confrontarsi – grazie al supporto delle persone che sono progressivamente entrate nel terzo settore con competenze sempre diverse – con un quadro economico, sociale, tecnologico e culturale profondamente mutato. L’idea del Presidente “padre fondatore” è un archetipo ancora molto forte. Nella mia prospettiva sarebbe di grande aiuto agli ETS una leadership maggiormente collegiale e orizzontale, basata su ruoli e competenze integrati. Credo che l’intelligenza collettiva di vertici plurali e in rete possa essere una risorsa più adatta a rispondere alla complessità crescente che il sistema economico, sociale e tecnologico pone di fronte al terzo settore. Credo anche che percorsi formativi di costruzione di leadership di questo tipo siano davvero necessari per liberare il potenziale espressivo e organizzativo di tanti ETS. Ci vogliono per questo percorsi formativi moderni ed innovativi, organizzazioni meno “distratte” dal quotidiano e con strategie rinnovate sia per una maggiore sostenibilità economica sia per un migliore posizionamento reputazionale.

Quale è il suo parere globale sullo scenario futuro del settore?

Credo che il terzo settore possa iniziare a guardare al proprio futuro partendo da una analisi scientifica dei dati economico-sociali del paese: invecchiamento della popolazione, digitalizzazione di numerose attività lavorative, crisi sistemica di fiducia nei confronti delle organizzazioni collettive. Questo contesto, in sé non positivo, insieme ai mutamenti apportati dalla riforma, comporta la necessità di acquisire conoscenze, competenze, tecniche e saperi, per fare di più e meglio con un numero minore di risorse derivanti dalla collaborazione con il settore pubblico. Dischiudersi in modo coerente e intelligente al mondo del profit è una necessità e per fare questo occorre avere strumenti e visione per valorizzare la propria identità pubblica, creare valore, presente e futuro, dalle collaborazioni con altre organizzazioni. Il Terzo Settore italiano deve imparare a rendersi più rigoroso, meno superficiale e più trasparente con ogni mezzo possibile. Al tempo stesso occorre a mio avviso che gli ETS siano sempre più in grado, seguendo la propria mission e vision, di aprirsi a rete con altri soggetti del terzo settore, di modo tale da massimizzare il proprio impatto in ambito tematico o territoriale, ibridando competenze e mettendole a disposizione di altri in modalità reticolare e orizzontale.

Su quali competenze dovrebbe investire il terzo settore in uno scenario di questo tipo?

Credo che sarebbe produttivo per ogni ETS investire su due competenze e su uno strumento. La prima competenza è il networking, inteso come apertura relazionale con altri enti, del non profit, del profit, delle istituzioni pubbliche su diversi tavoli, tematici, territoriali, di scopo. Creare connessioni su progetti di breve e medio termine è il modo migliore per essere inseriti in partnership più o meno stabili, in grado di affrontare al meglio, un segmento alla volta, le grandi questioni che si presentano di fronte al terzo settore in questa fase complessa e di grandi sfide. Stare nelle reti, in posizione di ascolto e di reciprocità, è il modo migliore per collaborare su più fronti.

La seconda competenza riguarda la trasformazione delle modalità della comunicazione. Nel mercato dell’attenzione, soprattutto sui media digitali e sulle piattaforme social, trovare il giusto tono di voce per raggiungere utenti sempre più impazienti e assenti rispetto ai contenuti veicolati. Credo che la comunicazione sociale degli ETS debba individuare nuove strade per suscitare interesse, attenzione, cura di chi è potenzialmente interessato ad un messaggio specifico, ma che non riesce ad entrare in contatto con esso. Modificare profondamente linguaggi e strumenti è a mio avviso necessario. Sono sempre più indispensabili elementi innovativi di terzietà, ormai fattore imprescindibile, e strumenti rigorosi e riconoscibili.

Per quanto riguarda lo strumento su cui investire, direi che qualsiasi strumento che garantisca formati e strumenti di accrescimento della credibilità e della reputazione dell’ente, a seconda delle sue esigenze di riferimento, sia un’ottima scelta. Relazione in rete e comunicazione basata sulla fiducia sono attività più semplici da portare avanti, anche secondo modalità innovative, laddove si beneficia di strumenti oggettivi per l’accertamento e l’attestazione della reputazione e della credibilità di un ETS. Dalla fruttuosa combinazione di queste due competenze e di questo strumento possono sorgere molteplici opportunità di ri-posizionamento degli Enti e di sviluppo secondo forme nuove, sempre più in grado di affrontare il nuovo scenario che abbiamo di fronte.

Comunicazione a cura della Redazione con il contributo di Aachen

2023-07-17T18:07:30+01:00Luglio 17th, 2023|Terzo Settore|
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